“Il vero senza menzogna è certo e verissimo”.

 Ermete Trismegisto

L’ESSERE ENERGETICO

A ogni corso, una volta presentato il concetto di energia e create le basi di un codice condiviso con gli studenti, mi piace cominciare la lezione parlando della Stella di Davide, che permette il passaggio graduale tra gli step di apprendimento: energia-simbolo-funzione-materia. La simbologia della Stella di Davide si pone come un anello di congiunzione che- attraverso la sua metafora intrinseca- predispone all’apprendimento facilitato quando parliamo specificatamente e approfonditamente di Funzioni Energetiche del corpo. Ritengo quindi utile un accenno alla simbologia e alla comprensione degli elementi metaforici, come facilitazione dei successivi argomenti. Sarà utile soprattutto a delineare, in particolare, l’esistenza e la reciproca interazione delle polarità. E’ importante, infatti, assodare che quelle che fino a questo punto abbiamo definito, come forza maschile e forza femminile, Yin e Yang, non possono eludere il concetto di polarità. Il nostro corpo quindi può essere paragonato a un circuito costituito dai meridiani Yin e Yang: possiamo immaginare un percorso che dalla terra sale verso il cielo e attraverso il quale scorre l’energia dell’Uno e l’Energia Vitale della persona. Partendo dagli arti inferiori troviamo il meridiano Yin lungo la parete interna delle gambe, che sale sino agli arti superiori, fino alla mano. Da qui parte il meridiano Yang che percorre il ritorno dell’energia verso la terra attraverso le tre diramazioni lungo il dorsale, fino a raggiungere gli arti inferiori, lungo i quali fluisce attraverso la parete esterna. Visualizzare il circuito descritto diventa immediato se ci aiutiamo immaginando le fasi vitali di un albero nelle quattro stagioni. In primavera le radici prendono nutrimento dalla terra e lo trasformano in linfa vitale che sale attraverso il tronco sino ai rami più alti, dove cambia la sua forma in frutto durante l’estate, per poi cadere a terra in autunno, trasformandosi in inverno in nutrimento nel terreno dal quale poi nella primavera prossima sarà nuovamente linfa.

 


Fig. 13 Schema circolazione stagionale

La circolazione energetica dunque ci rimanda a uno schema che si autoalimenta, come un circuito elettrico continuo, con il polo positivo concentrato nella testa e il polo negativo invece nell’addome (più precisamente nell’Intestino Tenue) e non come contrariamente si potrebbe pensare nei piedi, poiché è nell’intestino che avviene la trasformazione del nutrimento in energia. Il riferimento alle quattro stagioni inoltre ci offre una riflessione e un rinforzo alla teoria dell’uno: infatti, le stagioni possono essere lette come le quattro fasi dei passaggi dell’energia. Riconsiderando quindi il ciclo partendo dall’Inverno abbiamo un ciclo ascendente di energia che parte dai piedi, per poi fluire nei tre meridiani principali (Milza/Pancreas, Fegato, Reni). Questo tratto dell’Inverno è detto Yin, seguito poi dalla Primavera che forma il passaggio dallo Yin allo Yang, quindi una fase intermedia passante dal Cuore e i Polmoni, fino alle dita  della  mano, dove troviamo l’Estate, energia Yang,  che transita verso la testa. Da qui una nuova fase di transizione, quindi l’Autunno, che dalla testa scende ai meridiani posteriori, fino ai piedi, chiudendo così il ciclo del circuito.

Anche solo da questi semplici esempi e paragoni si evince quanto tutto il mondo, visibile e sensibile, che viviamo, si possa intendere come una totale simbologia, che a sua volta nutre e crea continue metafore, differenti nel tempo e nella cultura, al solo fine di raggiungere quante più coscienze possibili, così che esse possano in qualche modo ridestarsi e ricongiungersi all’Uno.

Integrata la visione del circuito energetico nel corpo e le sue fasi, il passo successivo sarebbe l’introduzione dei quattordici meridiani e la loro relazione con le funzioni energetiche, tuttavia voglio lasciare il passo a un’altra metafora capace di snellire concetti complessi, ma anche di affascinare la mente riconducendo dei riferimenti addirittura alla mitologia. Anche questo passaggio ci suggerisce quanto le verità siano state, in fondo, sempre presenti nella vita dell’uomo, e di quanto nulla sia casuale, ma piuttosto un meraviglioso intreccio perfetto. La Stella di Davide ci appare come una stella a sei punte, figura che si ottiene facilmente sovrapponendo due triangoli equilateri, quindi perfettamente identici, se non per il loro posizionamento, giustificato dal significato che simboleggiano.

 

 

Fig. 14 Triangolo blu celeste maschile/rosso terrestre femminile

 

Come mostra la figura, il triangolo blu, posta anche la somiglianza morfologica, rappresenta l’uomo, dalle spalle estese e il bacino stretto, di contro il triangolo rosso rappresenta la donna, dai fianchi larghi e le spalle strette. I due triangoli rappresentano le sette funzioni energetiche. Il maschile, triangolo blu, sintetizza simbolicamente Polmoni Intestino Crasso, Cuore Intestino Tenue, Maestro Cuore e Triplice Riscaldatore (funzione 1,3,5). Il triangolo rosso invece Stomaco Milza Pancreas, Reni Vescica, Vescica Biliare Fegato, (funzione 2,4,6). Il centro creato dall’intersezione delle due figure geometriche si riferisce alla settima funzione, quella del Vaso Concezione, Vaso Governatore, posta nella centralità perché considerati dei riequilibratori delle energie Yin (Vaso Concezione) e Yang (Vaso Governatore).

 

Fig. 15 Stella e funzioni.

Le sette funzioni interfacciate con Yin e Yang danno i quattordici meridiani principali, utilizzati in kinesiologia e nei lavori energetici in generale. Ritorneremo più approfonditamente a trattare i Meridiani e le Funzioni Energetiche che li riguardano, per il momento ci basti costatare la loro esistenza e polarità.  E’ invece più consono, qui, dedicare l’attenzione alla menzionata stella. Abbiamo detto che parlando di circuito energetico, non è possibile eludere l’esistenza del polo positivo e del polo negativo che, nella persona che gode di un buon equilibrio, saranno essi stessi in una forma di equilibrio, ma laddove questi denuncino un eccesso o una mancanza, troveremo quindi un disturbo. Ma dove si collocano nel fisico queste polarità? Abbiamo già spiegato che in una visione globale dell’uomo avremo la polarità maschile-positiva – Yang– nella testa, mentre la polarità femminile-negativa – Yin – nell’intestino. Se però è vero che l’uomo è costituito da più singole parti, ovvero gli organi (come i muscoli, le ossa, i tessuti, ecc.) allora dobbiamo considerare anche la polarità degli organi, rimanendo esattamente in linea con la filosofia del Tutto è Uno.

La regola per comprendere la polarità degli organi è dettata dalla loro struttura e conformazione: l’organo vuoto è Yang, quello pieno è Yin. Questo semplicemente perché ciò che è vuoto, come il ventre di una donna, è predisposto all’accoglienza dell’energia celeste (il Ki), maschile – Yang – mentre l’organo pieno avente una struttura più solida, radicata e quindi terrestre, è femminile – Yin. Ciascun organo dunque ha la sua peculiarità che ne determina la mansione: così come nella coppia il maschio porta l’idea celeste verso la terra, a concretizzarla, la femmina, avendo un legame radicato con la madre terra, ha il compito di spiritualizzare la materia, ha il senso dello spirito da trasmettere alla materia. La coppia quindi, fondendosi, crea una compensazione delle naturali mancanze, genera un equilibrio, ed è verso questo naturale equilibrio che tutto protende. Così in una costante tensione verso la perfezione il risultato ideale si traduce nell’armonica coesistenza dell’idea e della materia: un’eccedenza in un senso o nell’altro porta inevitabilmente a uno squilibrio. Vediamo insieme un esempio che può esplicare il dialogo equilibrato fra le polarità degli organi. Nella visione occidentale – quella che tende a frammentare l’essere umano – il Fegato, ad esempio, è letto così nella sua funzionalità: esso produce la Bile che riempie la Vescica Biliare o Cistifellea. Il Fegato, dunque, nutre materialmente la Vescica con la Bile che produce, ma questa visione – con riferimento al compito maschile e femminile sopra menzionato – distorce completamente il significato simbolico ed energetico.

Nella visione orientale, invece, il senso del processo è esattamente opposto. E’ la Vescica Biliare che capta l’energia del Cielo, l’informazione, e la trasmette al Fegato, il quale tramuta l’informazione in materia, cioè la Bile, rimandandola alla Cistifellea. Allo stesso modo, è convinzione orientale che la persona cui la Cistifellea sia asportata riduca drasticamente l’energia celeste al Fegato (organo trasformatore) limitando uno sviluppo spirituale e divenendo forzatamente più incline a una lettura dell’esistenza in chiave più concreta, più materiale.

Prendiamo ora un altro esempio a proposito della sintesi che il simbolo della Stella di Davide offre. Nel primo triangolo blu è contenuta la terza funzione energetica, referente all’Intestino Tenue (Yang), mentre nel triangolo rosso vi è la quarta funzione, quella che si riferisce alle Reni (Yin). Queste due funzioni trovano corrispondenza energetica nella colonna vertebrale, dove si esprimono simbolicamente due chiavi della realizzazione del nostro Essere:

  • La cerniera cervico-dorsale (tra le vertebre C7 e D1, che rappresentano l’eredità personale, dell’anima, quindi celeste) è in relazione alla terza funzione, quindi all’Intestino Tenue.
  • La cerniera dorso lombare (D12 –L1) raffigura invece l’eredità familiare terrestre, legata alla quarta funzione, ossia alle Reni.

Questi elementi corporei dunque sono in grado di fornire una chiara comunicazione alla persona, o della persona, soprattutto se prendiamo in considerazione la simbolo-metaforica scala dell’età, che origina dall’idea che ciascun’anima, incarnandosi sulla terra, persegua un progetto – prescelto nel Cielo Anteriore – durante il quale vive delle esperienze karmiche come occasioni di evoluzione. L’anima entra nella dimensione terrestre attraverso l’eredità familiare.

La tappa dei quarantadue anni costituisce un salto qualitativo nell’evoluzione dell’anima incarnata, infatti, fino a quell’età l’Essere resta immerso nell’eredità familiare, mentre poi l’anima volge allo spirito, emancipando la funzione 3 – Yang – Celeste (Cuore- Intestino Tenue).

L’ottica orientale completa la filosofia includendo anche una spiegazione energetica-astrologica ad avallo di quanto detto.

Questa logica espositiva offre una base di ottantaquattro anni di vita umana in relazione al pianeta Urano, il quale impiega proprio ottantaquattro anni terrestri per percorrere un’orbita intorno al Sole, esprimendo sulla Terra la sua massima influenza energetica precisamente a metà del suo ciclo, ossia nel quarantaduesimo anno quando, ponendosi di fronte, riversa sul nostro pianeta un’energia rivoluzionaria che si traduce nell’animo individuale con la perentorietà di una scelta coerente verso l’originario progetto dell’anima incarnata (quindi verso l’autenticità del proprio Essere), verso l’Essenza, rinascendo da sé o abbandonando l’eredità parentale. In un certo senso ciò significa, anche banalizzando, “diventare grandi”, autentici, emancipando il diritto all’espressione libera e vera di se stessi, svincolando i condizionamenti parentali, senza più farsi carico dei bisogni o delle attese della stirpe.

L’emancipazione del sé, infatti, trova nella struttura corporea meravigliosi simboli, posti come degli indizi lungo la strada per il risveglio della coscienza, o dei sigilli la cui apertura costituisce il superamento di quelle che possiamo definire prove di crescita, quasi iniziatiche.

Come Ulisse, l’individuo vive il viaggio della vita integrando attraverso l’esperienza quelle informazioni utili a riconoscere la sua originaria essenza, che incarnandosi ha apparentemente dimenticato.

Ogni esperienza, ogni integrazione di frammenti di consapevolezza, lo avvicina al ritorno a Itaca, nella sua vera casa, quindi lo riavvicina a se stesso e all’Uno.

Il percorso si riconosce in sintesi nell’osservazione simbolica della colonna vertebrale.

E’ la sezione corporea più impegnata del corpo, che collega la parte superiore, il cranio, con quella inferiore, il bacino.

Il suo nome – Columna Vertebralis – è in vero fuorviante, poiché non è mai statico come una colonna, ma anzi la sua struttura e funzione è quella di un arco flessibile, avente la forma di una doppia Esse, la cui entità funzionale si compone di vertebre: sette cervicali, dodici dorsali, cinque lombari, cinque sacrali, quattro coccigee.

 

Fig. 16 Colonna Vertebrale

Queste corrispondono simbolicamente ai passaggi obbligati dell’uomo che volga il suo cammino verso l’evoluzione.

Le cinque vertebre lombari hanno la funzione di rendere possibile che l’individuo, l’Essere, si verticalizzi nel suo spazio-tempo, e sono ben raffigurate nell’uomo di Leonardo Da Vinci o Uomo Vitruviano.

 

Fig. 17 Uomo di Vitruvio

Per assumere la posizione eretta, nel senso di elevare se stesso, ma anche dalla fase gattonante dei bambini all’alzarsi dritti in piedi, il primo ostacolo che incontra l’uomo è l’eredità terrestre che limita lo sviluppo così come i genitori nella gestione del rapporto filiale, sono un freno per l’affrancamento del bimbo, che in qualche modo, in qualche parte del lor profondo, vorrebbero restasse piccolo. Ciò genera conflitto interiore, perché da una parte l’istinto del bambino lo spinge all’emancipazione, dall’altra sente la paura di valicare quel limite. Questo confine nella colonna vertebrale s’identifica proprio nelle cinque vertebre lombari, che ospitano le paure ancestrali e s’interfacciano con la zona renale, corrispondente alla genitorialità (Rene sinistro-padre; Rene destro-madre).

Le dodici vertebre dorsali sono collegate alle dodici fatiche d’Ercole: fatica intesa come sforzo di crescita, consapevolezza del proprio essere per accedere all’evoluzione dell’anima. Ritengo irrinunciabile, aprire qui una parentesi, rifacendomi al mito di Ercole, le cui fatiche sono pregne di significati simbolici, di un affascinante rimando alle dodici vertebre.

Le fatiche dell’eroe rappresentano il cammino, che porta alla liberazione: la volontà dell’anima s’impone sulla natura inferiore. Egli scopre così capacità occulte (ossia non visibili) utilizzandole in armonia con l’essenza originale, cioè divina. Le dodici fatiche, viste da Alice A. Bailey, rappresentano anche la metafora dei dodici segni zodiacali ai quali è riconosciuta una specifica caratteristica che l’eroe greco acquisisce, così come l’uomo acquista conoscenza affrontando le esperienze della vita.

 

Fig.18 Il mito di Ercole

Ercole (il cui primo nome era Alchèide, dal greco alché che significa forza, coraggio) fu soggetto, per volere di Giove, al potere di Euristeo, cioè al comando dell’anima – in greco l’aggettivo euristenès vuol dire “onnipotente”. Del resto, il nome Ercole o Eracle significa la gloria di Era ed Era rappresentava la psiche o anima (dal sanscrito svar, cielo). L’eroe greco, dunque, riusciva a esprimere sul piano fisico il potere della sua innata divinità. Inoltre, egli aveva un padre divino (Giove) e una madre terrena (Alcmena), a significare la dualità di Dio nella manifestazione, dello Spirito e della Materia che s’incontrano nell’uomo, il quale ha il dovere di liberarsi dai vincoli che lo imprigionano nella dimensione terrena. Nell’uomo coesistono perciò due aspetti: la personalità (fisica, emotiva e mentale) e la natura spirituale o individualità indivisibile, che con le sue intuizioni spinge al divino, attraverso una lotta che scaturisce dalla consapevolezza di questa dualità. Ora si sa che Ercole ancora bambino uccise il suo gemello, nel senso che ben presto egli fu consapevole, di non essere un’entità divisa, duale, ma un’unità di anima e corpo. Ancora in culla, uccise due serpenti, cioè quelli della materia e dell’illusione che lo tenevano prigioniero; chiaramente, non si tratta del serpente della saggezza che si manifesta quando gli altri due sono uccisi. Si dice anche che egli fosse alto quattro cubiti, cioè che fosse consapevole di possedere, oltre ai tre aspetti della personalità, quello dell’Aura (i cui limiti sono di un cubito esterno il corpo fisico). Il mito narra che uccise anche i suoi maestri, cioè che ruppe con l’autorità esteriore, per seguire la sua strada.

A diciott’anni, uccise un leone e il 18 è un numero simbolico formato dal 10 (perfezione della personalità) sommato all’8 (dell’energia dell’infinito o del sé interiore). Si parla poi del suo matrimonio e della nascita di tre figli, cioè dell’unione con l’anima che consta di tre aspetti: volontà, amore e mente spirituale. Tuttavia, Era (Psiche o anima) lo fece impazzire con la sua gelosia, donandogli la famosa camicia intrisa del sangue del centauro Nesso; per cui, egli uccise i figli, gli amici e chiunque incontrasse; ciò allude alla fase del fanatismo, dello squilibrio e dell’ambizione spirituale che purtroppo caratterizza molti discepoli. Ercole però guarì dalla sua follia, cambiò il nome terreno di Alchèide in Eracle, cioè assunse il nome dell’anima e si apprestò a compiere le dodici fatiche. Gli dèi allora gli fornirono gli strumenti per compiere il lavoro: Minerva gli diede una veste, cioè il compito stesso; Vulcano una corazza protettiva d’oro; Nettuno, dio delle acque, dei cavalli che simboleggiano una natura emotiva e sensibile asservita a fini divini; Mercurio una spada, che allude alla mente capace di discriminare; Apollo, dio del sole, un arco e delle frecce per centrare il bersaglio e arrivare alla meta grazie alla luce che fuga le tenebre. Tuttavia Ercole, non padroneggiando ancora tutti quei doni divini, si arma di una semplice clava costruita con le sue mani e si accinge all’ardua impresa.

  • PRIMA FATICA: Uccisione del leone di Nemea.

Il leone Nemeo è un nobile predatore, inviato nella foresta Nemea da Era per distruggere Ercole. La sua pelle non poteva essere trapassata, né bucata o scalfita da nessun tipo di arma. Era un vero flagello per il popolo di Nemea, poiché attaccava le greggi, facendo razzie e talvolta anche la stessa popolazione locale. Messosi in caccia del leone, Ercole lo cercò a lungo. Finché un tremendo ruggito scosse la foresta. Il leone aveva trovato Ercole. L’andatura e la fiera dignità predatoria del valoroso avversario, impressionarono molto Ercole che per combatterlo utilizzò invano arco e frecce che scalfirono appena, l’indistruttibile pelle del leone. Optò per l’uso della spada, che però si piegò inutilmente. Afferrò la clava e vibrò un colpo così forte che la clava si spezzò in mille pezzi, il leone tornò dentro la sua caverna solo stordito, Ercole lo inseguì e qui ingaggiò battaglia. Nel terribile duello corpo a corpo, Ercole lo strangolò a mani nude. Dopo avere ucciso il Leone di Nemea, Ercole utilizzò un artiglio dello stesso e riuscì a tagliarne la pelle ricavandone un’armatura. Il simbolo è il superamento dei propri limiti e il rispetto del nostro spazio. La belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’aspirante deve uccidere, abbandonando l’egoismo. La pelle indistruttibile delle certezze delle abitudini e delle credenze è durissima da tagliare, ci si può riuscire soltanto dall’interno. Il mito narra che la caverna in cui Ercole strangola il leone a mani nude possiede due aperture, l’una delle quali è ostruita con una catasta di legna, per impedire alla bestia di fuggire. La grotta compare in molti racconti ed è interessante notare che nella testa dell’uomo, dietro la fronte, esiste una piccola cavità in cui è inserita la ghiandola Pituitaria che presenta due lobi: quello anteriore è la sede della mente razionale, mentre quello inferiore lo è della natura emozionale. L’individualità pienamente sviluppata ha qui la sua tana ed Ercole blocca una delle due entrate, per riuscire a controllare le emozioni personali per mezzo della mente superiore. A quanto detto si aggiunga che da millenni, sia in Egitto sia in Oriente, si conoscono i Chakra o centri di energia del corpo eterico; in Occidente, la scienza ha individuato il sistema endocrino, le cui ghiandole si trovano in corrispondenza con i centri eterici suddetti, essendo un loro riflesso sul piano fisico. Esiste quindi una diretta correlazione tra le varie dimensioni dell’Essere, come recita l’antico assioma ermetico: “Com’è sopra, così è sotto”.

  • SECONDA FATICA: Uccisione dell’Idra di Lerna.

Il mito narrava che nella palude di Lerna vi fosse, tra la fetida melma delle sabbie mobili, un mostro serpente dalle nove teste, di cui una immortale. Impresa difficile, dunque, quella di annientarlo. Ercole, tuttavia, dopo vani tentativi, tagliò la testa immortale dell’Idra usando una spada (una falce d’oro, secondo alcune fonti). La testa che immortale anche se tagliata rimaneva viva fu seppellita sotto una roccia. Il senso della storia è che l’idra, il serpente – si annida negli oscuri recessi dell’inconscio, dove albergano desideri e pensieri prodotti dalla natura inferiore. Queste energie non vanno né inibite, né esercitate senza freni, ma sublimate per utilizzarle in modo positivo. Serve a poco, quindi, la tecnica escogitata dalla moderna psicanalisi di portare in superficie, cioè all’attenzione della mente analitica, questo fango, se poi non si riesce a sublimarlo nella luce divina. L’eroe greco, invece, agisce con umiltà, riconoscendo i propri difetti, lasciando poi entrare gradualmente la luce dell’anima per non essere abbacinato dal suo splendore, fino a ottenere un pieno dominio sulla personalità che, comunque, resta l’unico mezzo per contattare l’espressione divina nella nostra dimensione duale e illusoriamente separativa. La personalità, infatti, non è negativa in sé; dipende da com’è usata. Dunque, se la magia nera usa la forma in modo egoistico, quella bianca si serve della personalità per elevare la vita verso la dimensione spirituale.

 

  • TERZA FATICA: Cattura della cerva di Cerinea.

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